Articoli di Giovanni Papini

1932


in "Dagli studi storici alla storia":
Achille Ratti e Pio XI

Pubblicato su: Corriere della Sera, anno LVII, fasc. 89, p. 3
Data: 13 aprile 1932




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   Oggi son pochi, specialmente tra i giovani, coloro che conoscono le delizie e gl'incanti della caccia erudita. Caccia ardente benché silenziosa, condotta nelle venerabili selve che sono le antiche e illustri biblioteche, soprattutto in quelle che formano, in Italia, il quadrilatero sacro dei tesori scritti: l'Ambrosiana, la Marciana, la Laurenziana e la Vaticana. Dai mezzi colti, più ignoranti assai dei franchi ignoranti, tali depositi di codici e di volumi vengon chiamati, con tono di spregio, necropoli. Ma sono invece, per chi li conosce e ci vive, vere foreste di vita in apparenza muta che l'amore riesce a far parlare a pro' dei vivi. Quelle pergamene, che furon veste di animali brucanti: quei papiri, che furon foglie verdi in riva all'acque; quelle carte, che furon panni addosso alle carni degli uomini, hanno acquistato, per i segni mirabili che vi si leggono sopra, una vita più durevole, una più poetica nobiltà. Non son più fragili spoglie della terra ma testamenti e messaggi di anime che neppure i secoli hanno fatto fioche.

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   Lavorare nelle biblioteche non è, come direbbe il poeta, «appressamento alla morte». ma discoprimento, con la pazienza degli occhi e l'entusiasmo dell'animo, di una vita che non meritava di morire. L'appassionato ricercatore conosce, là dentro, gioie che soltanto la natura, su altro registro, può dare: ansie e sorprese, insegnamenti e stupori, recuperi di ciò che si credeva perduto, scavi di labirinti che conducono a tesori. La determinazione di una data, la scoperta d'un frammento inedito, la collazione d'un testo, il ritrovamento d'una fonte ignorata, la cattura d'un documento insperato son fortune e vicende che danno allo studioso nato quei palpiti che altri cerca nei drammi e nelle avventure. Non soltanto nelle savane di Mayne Reid ci sono gl'indovinatori di orme: a certi filologi famosi, a certi eruditi di cartello, si potrebbe applicare il titolo del dramma di Sofocle: i cercatori di tracce.
   La vita del bibliotecario operoso e dello storico monografista non è così smorta e in sordina come può sembrare ai non iniziati: è qualcosa di mezzo tra quella del monaco di clausura, fertile di spirituali soddisfazioni, e quelle, più ardimentose, del cacciatore e del palombaro. E il filologo puro, infine, non è tanto un imbalsamatore quanto un risuscitatore di morti.
   Questi e altri pensieri mi ha rinnovato nella mente la lettura del bel volume degli scritti storici di Achille Ratti, uscito in questi giorni (Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1932. pp. XLVIT-364). Colui che oggi l'intera Cristianità venera sotto il nome di Pio XT fu per lunghi anni, oltre che sacerdote esemplare, un ricercatore instancabile di verità storiche attraverso le tacite foreste degli archivi e delle biblioteche, e da molto tempo si desiderava che i risultati del suo amore e del suo studio fossero raccolti insieme e ristampati per renderli più accessibili a ogni ordine di lettori. E questo desiderio non muoveva affatto da intenzioni piaggiatrici: Achille Ratti è stato veramente de' più alacri e dotti ricercatori che possa vantare il clero italiano tra la fine dell'Ottocento e il principio del Novecento. Dal 1890 al 1920 sono trent'anni pieni di una operosità scientifica che non conobbe altri riposi che l'ascensioni alle più difficili Alpi. E non v'è una sola nota sua, né un saggio, né una semplice recensione che non porti qualche elemento o lume nuovo sui punti presi in esame, sull'opere considerate, che non aggiunga qualcosa di non visto e di non saputo prima. Ché vi sono, come sappiamo, due famiglie di storici: quelli che si arrischiano nelle sintesi, usufruendo dei materiali già noti, e coloro che lavorano in profondità, precisando e scavando, sì da non lasciare nessun argomento, sia pur ribattuto, nello stato medesimo in cui l'hanno trovato. I primi sono i geografi della storia, delineatori provvisori di nazioni e di continenti; gli altri sono i dissodatori, i minatori e senza di essi nessuna sintesi seria sarebbe possibile. Il Ratti appartiene a questa seconda famiglia, benché abbia dimostrato — specialmente nel suo discorso sulla Chiesa Ambrosiana — che non gli sarebbero mancate le facoltà che abilitano alle trattazioni d'insieme.

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   Ma il pericolo di tali eroici lavoratori è, spesso, l'esagerato specialismo: si rinchiudono, di solito, in un appezzamento fuor di mano della storia e d'altro non si curano. A questo pericolo seppe sfuggire, fin dai primi anni, il Ratti e chi scorre l'inventario della sua opera rimane per forza ammirato dinnanzi alla molteplicità dei campi dove, con egual fortuna, ha lasciato il suo segno. Chi lo immaginasse come un erudito locale, intento solo a razzolare nelle memorie della Chiesa Milanese, sbaglierebbe di grosso.
   Non abbiamo soltanto il paleografo insigne e l'accorto editore di testi che poté curare gli Acta Ecclesiae Mediolancunsis, preparare un'edizione critica del Liber Diurnus, rintracciare le vicende dei codici di Bobbio, ripubblicar in forma perfetta il Missale Ambrosianum duplex, collaborare col celebre Ceriani alla riproduzione della preziosa Iliade figurata o scoprire un nuovo frammento di Giovenale, ma il vero e proprio storico che spazia nei secoli, dal primo Medio Evo al Manzoni, e che non si confina nella storia ecclesiastica e nell'agiografia. Alla storia della letteratura italiana egli portò contributi nuovi e preziosi con le sue ricerche su Bonvesin da Riva, sul Petrarca, sul Bembo e sul Maggi; alla storia della cultura e del pensiero coi saggi su Leonardo da Vinci, sul Settela e sul Volta; alla storia dell'arte con le sue ricerche su opere del Breughel e del Luini. Non parliamo poi delle sue scoperte nella storia della chiesa medievale, specie italiana, e dei molti studi consacrati ai grandi vescovi milanesi: Sant'Ambrogio, Ariberto, San Carlo Borromco e il Cardinal Federico.
   Purtroppo il volume che oggi si pubblica non raccoglie tutta quanta l'opera di Achille Ratti e quella porzione che ne viene offerta, — forse appena un terzo, — non è bastante a dare un'idea della sua ricca ampiezza. Forse i raccoglitori si son lasciati guidare dal giusto pensiero di preferire quegli scritti che uniscono al valore scientifico un carattere di edificazione: si trovan qui, difatti, quasi tutti gli articoli su San Carlo Borromeo, tolti da quel periodico che il Ratti medesimo diresse, per le feste del centenario, dal 1908 al 1910. Ma siccome v'è incluso, ad esempio, l'importante saggio sul Codice Atlantico di Leonardo, si poteva aggiungere, forse, anche quello sulla storia della Monaca di Monza, caro a tutti gli studiosi dei Promessi Sposi. E non potendo nè volendo raccogliere tutti quanti gli scritti, sarebbe stato bene, almeno, darne, in fine al volume, una compiuta bibliografia, simile a quella che il Ratti medesimo fece per il suo venerato maestro Ceriani.
   Ma bisogna pur riconoscere che la presente raccolta, messa insieme con attento amore, stampata con pulita diligenza, preceduta da una introduzione di Paolo Bellezza e arricchita di utilissimi indici, sarà per molti una rivelazione e, per gli studiosi, una silloge alla quale dovranno spesso ricorrere. Aggiungo che questi scritti si leggono volentieri e con gusto, benché le materie, per la loro austerità e quasi direi tecnicità, non sian di quelle che si prestano a sfoggi di stile. Ma il Ratti, come lo dimostra anche il suo amore per le altezze dei monti e dei cieli, non è di quegli eruditi poveri di vita e di umanità che non sanno vedere al di là delle carte e della semplice lettera. Anima lombarda di ottima qualità, educata all'arte dai classici antichi e dal Manzoni, l'antico Prefetto dell'Ambrosiana sa trovare uno stile suo, garbato e lucido sempre, talvolta arguto e perfino delicatamente malizioso. Il Ratti non è soltanto, dunque, un maestro della ricerca storica e un acutissimo espositore e scopritore di testi e di avvenimenti mal noti, ma è, per di più, uno scrittore: pacato eppur luminoso scrittore, capace di far rivivere cose e persone in ottima prosa italiana. Basti, come esempio, questa viva rievocazione del Ceriani: «Mi par di rivederlo, come tante volte in quasi vent'anni di vita convissuta, ritto in piedi dietro a quel tavolo ormai famoso come lui, la persona leggermente incurvata non tanto dagli anni quanto dall'abito di un lavoro assiduo, faticoso e paziente, un libro in mano, proprio quella sua mano ossuta e robusta di vero lavoratore, la zimarra (sol per brevissima stagione da lui dimessa) scendente con bella negligenza dall'ampie e valide spalle, la canizie balzante in cespugli vivaci di sotto la modesta berretta a incorniciare d'argento quella vasta e bella fronte, quel viso in tutti i suoi tratti così fine e vigoroso, così buono ed arguto, dallo sguardo semplice e profondo, dal labbro casto ed energico...».
   E leggendo questo volume non si può fare a meno di vedersi innanzi un'altra figura, ancor più veneranda e infinitamente più augusta, eppur cara a ogni cuore cristiano. Non riusciamo a dimenticare, meditando sulle pagine di Achille Ratti, che quella medesima mano che le scrisse nella popolata solitudine delle biblioteche oggi si alza a benedire milioni e milioni di figli. Quella mente serena che risuscitava il passato deve oggi illuminare il presente, preparare l'avvenire. L'antico storico è divenuto un attore della storia. Il custode dei codici è assurto a Pastore della Cristianità. Di Cristo era servo fedele ed ora è il suo Vicario — vicerè del Sommo Re.

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   Con quale animo il Papa rivedrà e ripenserà le care fatiche del dotto? Non è dato saperlo e la riverenza vieta e impedisce ogni tentazione di volerlo indovinare. Colui che diventa Papa, — che sale, cioé, al più alto vertice di spirituale autorità al quale possa ascendere un uomo, — non rinnega il suo passato e forse non lo dimentica, ma è condotto indicibilmente a sormontarlo e, in un certo senso, ad abolirlo. Non solo il nome vien cambiato, ma la persona stessa vien quasi trasumanata sì da essere il centro vivo d'una società che è la più vasta tra quante ne conosce la terra, d'un amore filiale così profondo da commuovere anche i figlioli separati.
   Quando si contempla Pio XI scendere in San Pietro, e si fissa quel suo pallido volto assorto, che pare interiormente rischiarato da un lume d'estasi e da riflessi d'albe montane, e dove la finezza che vi delineò l'intelligenza e l'affetto nulla toglie alla maestà pontificale, non si può nè si deve pensare allo studioso, allo storico, allo scrittore. Achille Ratti è ormai tutto dissolto nel bianco splendore della sacra paternità di Pio XI, Papa di Roma e del mondo.


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